domingo, 11 de diciembre de 2011

Una storia stravagante IV


Nella penombra del treno, l’invisibile mano di Svenson indicava lo strano quaderno nero, il cui contenuto mio nonno temeva tanto, quanto desiderava conoscerlo, senza che potesse dire perché. Guardò di nuovo il cartello; i segni che circondavano le due figure sul palcoscenico erano misteriose come la scritta sul muro, e per mio nonno, ugualmente ominosi. Invece, lui non aveva un profeta che li potesse decifrare. Lo spettacolo raffigurato sul cartello era malsano, disgustoso, ma allo stesso tempo, affascinante. Olof. Chi era quest’Olof? Perché era venuto nel nostro paese una volta? Durante il tragitto di ritorno alla sua nave, furono tante le occasioni che stette per buttare via la maledetta eredità del vile vecchietto, ma sembrava che fosse la stessa mano dello svedese a impedirlo. La curiosità e l’implicita promessa del male erano tropo forti per essere disattese. Il bellissimo volto del male, che si bacia solo per scoprire tropo tardi che era pieno di vermi, è irresistibile. “Crepi! Hai vinto Svenson!”, urlò mio nonno, e finalmente aprì il quaderno e cominciò a leggere. La lettera tremante e variabile con cui stava scritto denotava la lotta di uno spirito tormentato, affondato nello svilimento del grog e l’avvilimento. Era ancora in tempo di smetterne, di buttare via il quaderno e dimenticare per sempre quella sventurata faccenda. Anche tu, lettore, sei in tempo di riuscire a testa alta, perché sappi che conoscere i segreti che dagli altri rimangono nascosti, cambia tutto irreparabilmente.


CONFESSIONE DI SVENSON

Giudicate voi l’uomo che da me non può essere giudicato, colui che ha distrutto la mia, no, la nostra felicità. Imponete il castigo concorde al suo crimine con equità e finite la sua agonia, perché chi vi parla da queste pagine, è come il guscio vuoto dell’uovo che, una volta, contenne la promessa di una vita mai sviluppata: al suo interno non abita che la corruzione e la pestilenza che s’ingozzano delle cose morte. Emettete sentenza e proprio io l’eseguirò. Questi sono i fatti che riguardano il caso sottoposto alla vostra considerazione, tale quale io li ricordo; sentiteli e riflettete:


  
Il 12 marzo del 1897, i quotidiani di località **** pubblicarono la narrazione dell’eroico atto portato a termine dal giovane caporale G. Svenson. I suoi abitanti avrebbero reso onore al loro promettente concittadino, non fosse arrivato in città, qualche settimana prima, il Grande Olof. Centinaia di persone affollavano a tutte le ore i vicoli adiacenti al suo teatro, acquisto da lui poco prima di traslocarsi in città, aspettando invano scorgere l’uomo che sembrava aver imprigionato la loro volontà. Olof non abbandonava mai l’interno della struttura, e solo a volte, in mezzo a una grande eccitazione, qualche servitore usciva per compiere alcuna commissione dell’illusionista. Si raccontavano cose enormi, straordinarie del suo spettacolo, che si sviluppava soltanto due volte in settimana. Il vescovo della città protestò, e dichiarò sacrilego lo spettacolo: chiunque assistesse alle rappresentazioni sarebbe in peccato mortale; ma né queste ammonizioni né i gridi spaventosi che sorgevano dall’interno della cantina dell’edificio impedirono che il teatro fosse affollato ogni giorno. Anzi, le persone che avevano già visto lo spettacolo una volta, tornavano ancora a vederlo un’altra.

Il capitano pensò che fosse una buona idea regalarci un paio di biglietti per lo spettacolo del mago, come ricompensa al mio atto eroico.

—Ci vada colla sua fidanzata, Svenson; divertitevi—disse il capitano.

—Grazie—risposi io—. Mi hanno detto che la rappresentazione è davvero impressionante. Lei l'ha già vista?

—Certo! Sono stato con mia moglie una volta. Poverina! E’ stato una grande impressione per lei e poi non ha potuto dormire bene per qualche giorno; ma la sua fidanzata…

—Anika.

—Sì, certo, Anika… mi ricordo bene di lei; è una brava ragazza. Vada, vada al teatro con lei.


Quando Anika seppe che avevo due biglietti per guardare lo spettacolo di Olof, ci fu una sconcertante lucentezza lasciva nei suoi occhi: il suo casto volto diceva, “mi spiace”; i suoi occhi blu, perversi, ansiosi, dicevano “portami con te”.
Continua

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Una historia extravagante por carlos Olalla se encuentra bajo una Licencia Creative Commons Reconocimiento-NoComercial-SinObraDerivada 3.0 Unported.

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