martes, 3 de mayo de 2011

Una storia stravagante (I)





Scritto da Carlos Olalla Linares




Quando io ero piccolo, mio padre ci raccontava questa storia, che lui aveva ascoltato a suo padre, che a sua volta aveva sentito quando era un ragazzo. La nostra narrazione comincia all'epoca in cui mio nonno abitava ancora in un piccolo paese, dove non c’era niente da fare tranne andare presto a letto, perché tutti si alzavano di buon’ora per andare a lavorare nel loro orto. Un giorno arrivò al villaggio un uomo misterioso con al seguito quello che sembrava essere un bambino, ma che non lo era. L’uomo, alto, emaciato e un po’ goffo, indossava una marsina nera. Con accento straniero, chiese alloggio nella foresteria nei pressi del paese per sé e il suo accompagnatore, che restò sempre zitto, per due giorni; c’era qualcosa di inquietante in quella figura di bassa statura, con le gambe incurvate, le braccia lunghe e una testa un po’ grossa per le sue dimensioni, che gli dava un aspetto sgradevole. I suoi occhi, che erano smisuratamente grandi, neri e rotondi, guardavano con tristezza, e il suo respiro faceva un acuto ronzio, che spaventava tutti. Nonostante la loro lugubre presenza, il padrone acconsentì ad ospitare quegli due uomini, in parte perché pagarono in anticipo e in parte perché aveva paura di rifiutargli l’accoglienza. Gli ospiti della casa si domandavano chi fossero i misteriosi viaggiatori, ma nessuno ebbe il coraggio di parlarci. I due uomini  restavano nella loro camera per la maggior parte del tempo, oppure rimanevano silenziosi nel salone, e non uscivano mai della foresteria. Finalmente, quella strana coppia partì senza che fosse successo niente di particolare, e tutti tirarono un sospiro di sollievo.
Qualche anno dopo, mio nonno se ne andò in città per arruolarsi nella marina militare perché, anche se non aveva mai studiato, voleva percorrere il mondo. Un giorno, mentre faceva quelle cose che i marinai fanno di solito nei quartieri che circondano i porti in tutte le città del mondo—nostro padre non ci raccontò questa parte della storia fino a che noi bambini non fummo cresciuti—, il ventenne conobbe un vecchio marinaio svedese solitario e un po’ scontroso, con una brutta cicatrice sulla faccia. Il veterano navigatore prese simpatia per quel contadino rubicondo col cuor lieto e spensierato; forse, perché gli ricordava se stesso da giovane. Una sera, il vecchio marinaio aveva bevuto un po’ più del solito e, in tali occasioni, cominciava a cantare ad alta voce, con un suono monotono e malinconico, canzoni del suo paese, oppure si metteva a raccontare storie, piene d'amori infelici, vendette e assassini crudeli, a chiunque volesse ascoltarle; ma, quella sera era diversa. Il vecchietto dalla bruciatura sul volto, che non parlava mai di sé, cominciò a canticchiare una monotona cantilena, come una lamento, nella sua lingua e a ricordare il tempo felice della sua gioventù. Si carezzò con rancore la cicatrice, che si stendeva ancora sotto una camicia sporca e piena di antiche macchie di rum mai lavate, e maledisse con la sua voce roca l’uomo che aveva provocato quell’incendio che così aveva bruciato la sua faccia.
—Non lo crederai—cominciò a dire—, ma a quel tempo io ero un giovane poliziotto e stavo per sposarmi. Ma c’era quell’uomo, quel maledetto...—e allo stesso tempo, la cicatrice diventò pallida. Restò zitto per qualche minuto e bevette un altro sorso di rum, prima di trovare la forza per riprendere la sua narrazione—. Perduto, tutto rovinato e perduto.

Continua...



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